Cultura

Cultura Ven, 04/16/2021 - 15:34

Momenti straordinari con applausi finti - Recensione

«Quindi è così? Succede così? Si diventa così quando si cresce?»

Entro in libreria. Ancora non so che il fumetto di Gipi che sto per comprare non è altro che vita su
carta.
Questo è Momenti straordinari con applausi finti; quattro storie, quella di un figlio che si ritrova al
capezzale della «vecchia madre morente», di un gruppo di cosmonauti in viaggio da un pianeta
all’altro, di un uomo delle caverne e di un grido, ed infine di un reduce del Vietnam reclutato sul set
cinematografico di Salvate il soldato Ryan.
I piani narrativi e temporali si intrecciano e si sovrappongono alla perfezione, permettendo al lettore di
vivere la pagina in tempo reale.
Tutte queste storie ruotano intorno a quella di Silvano Landi, un comico che non diventerà mai padre,
costretto a fare i conti con la morte della madre, ma prima di tutto con sé stesso e la presenza di un
«bambino luminoso». Tuttavia, il protagonista non è l’unico a doverci fare i conti: in una sequenza di
vignette il «bambino luminoso», ovvero Silvano da piccolo, si rivolge al Silvano adulto – e al lettore –
attraverso il linguaggio dei segni: «c o g l i o n e».
Immergersi nelle vignette di Gipi significa capire che per poter «andare avanti nel percorso» è
necessario ancora prima fare i conti con la propria persona e con il proprio passato; con il luogo da cui
proveniamo, con le persone che hanno fatto parte della nostra vita. E quando non si è in grado di farlo
«si pensa ad altre cose per distrarsi», come il Silvano adulto, ma prima o poi la voce di un «bambino
luminoso» arriva. E allora ci si rende conto di far parte anche noi dell’«Ucas: Ufficio Complicazioni
Affari Semplici».
Gipi delinea un percorso umano che pone al centro la riflessione sulle emozioni provate da ciascuno di
noi, ma soprattutto su quelle che non riusciamo a provare e sul senso di colpa che ne deriva.
All’improvviso, però, «Il nero» in cui si imbattono i cosmonauti sopraggiunge, e resetta. E nonostante
il dolore provato o mancato, la vita ricomincia. Ogni volta, tutto da capo.
Con un linguaggio allo stesso tempo comico e spietato, con un tratto insieme rigido e delicato, Gipi dà
vita ad un quadro profondamente umano, che si conclude nel modo più essenziale: «sono
sopravvissuto!».

Cristina Lunghi

Cultura Ven, 04/16/2021 - 15:32

È questione di memoria

Perché preferire una macchina fotografica analogica ad una digitale?

La domanda mi è sempre rimasta un po' antipatica. Sentivo forti motivazioni senza nome dentro di me, ma non sapevo rispondere. Solo ai margini del gioco trova il suo valore una questione di forma: una resa estetica particolare, la grana della pellicola e cose così. Questo non esauriva l'argomento però, non bastava.

Tra analogico e digitale non c'è nessuna differenza di idee, creatività o estro. Fanno la stessa cosa, soltanto che in una la luce si imprime su di una superficie, creando un'immagine; nell'altra l'immagine passa attraverso i pixel. Entrambe registrano la realtà e la trattengono da qualche parte per non farla scappare. Entrambe rispondono all'esigenza di ricordare e mantenere qualcosa che vorremmo restasse, oppure rendono una cosa qualsiasi possibile come opera, dando significati nuovi agli oggetti: allontanando, avvicinando, straniando. Entrambe si relazionano alle cose. La fotografia può tutto questo ed è indifferente al mezzo: con un cellulare, una macchinetta a pellicola o una digitale, la foto ha sempre la stessa personalità.

 Eppure tenere in mano una macchina digitale spegne ogni mia voglia di ricordare, di mantenere e di riflettere. Come può avere senso questo? Per anni non me lo sono spiegato. Poi ho iniziato a capirci qualcosa. Non è un discorso di pensiero, di idea: è un discorso di memoria. Sotto questo punto di vista una macchina digitale è come un telefono. Entrambi fanno foto infinite, spesso inutili, quasi per ingordigia di memoria. Vogliamo ricordarci tutto, facciamo backup di chat di migliaia di messaggi che non leggeremo più, di fotografie che siamo stanchi di guardare ma spaventati di eliminare, e accumuliamo memoria digitale come mucchi di polvere. E abbiamo grande affezione di questa polvere. E così succede che si perde il senso del ricordo e nel mucchio non si distingue più un granello dall'altro. a base di tutto questo è la compulsione. La macchina digitale mi mette in crisi, perché per rifiutare la compulsione il mio scatto si silenzia.

Al polo opposto troviamo le polaroid e tutti i tipi di istantanee. Si nascondono, custodite come gioiellini in scatolette o in altri rifugi preziosi, spazi veri e corporei. Uniche testimoni -uniche al mondo- del momento raccolto. Le polaroid hanno un valore affettivo grandissimo.

La macchina analogica funziona più o meno così. Le foto non sono altrettanto uniche (sopra ogni altra cosa perché il negativo può partorire tutte le copie che si vuole), ma ognuna ha responsabilità, peso, corpo, e il corpo rende le cose meno volatili. Si avvicina di più a come funziona il nostro cervello, che non può trattenere tutto e butta via il superfluo, rinunciando al passato, che non può essere integro. E così lavora la macchina analogica, rinunciando alla totalità, devota a frazioni di tempo in cui il resto, quello perduto, si addensa. In qualche modo la pellicola dà la possibilità di ricordare davvero.

Chiara Severi

Cultura Ven, 04/16/2021 - 15:30

MATTEO VERROCCHI E L’ESPRESSIONE DELLA VIOLENZA

Matteo Verrocchi (1997, Grosseto) si sta laureando all’Accademia di Belle Arti a Bologna, indirizzo Fumetto
ed Illustrazione, dopo aver conseguito il diploma al Liceo Artistico di Grosseto. La passione per il disegno è
sempre stata una costante nella sua vita: oggi è un fumettista e illustratore che si lascia ispirare da autori
come Taiyō Matsumoto e Gipi. Uno dei suoi cicli più interessanti è sicuramente rappresentato dai
Bosozoku, termine che indica un fenomeno giapponese degli anni 70-80 nel quale gang di giovani ragazzi a
bordo di moto seminavano il panico tra la popolazione: una forma di protesta violenta contro una società
capitalista e incapace di dare uno spazio di ascolto ai giovani. Le radici della sottocultura giovanile dei
Bosozoku risalgono agli anni del secondo dopoguerra, quando emersero profonde problematiche sociali.
Matteo è rimasto affascinato da questo fenomeno, che per quanto distante nel tempo e nel luogo, sente in
qualche modo vicino: “Ho avuto un’adolescenza turbolenta, mi sentivo isolato ed abbandonato, sentivo di
non aver una voce e la scuola non mi ha aiutato. Non voglio giustificare la violenza, ma riconosco che vi sia
un bisogno dietro, che sia un modo efficace per dire che esisti. Penso che la scuola dovrebbe farsi carico dei
disagi giovanili ed aiutarli a formarsi da un punto di vista più umano che scolastico.”
Disegnare i Bosozoku è per lui un atto liberatorio, si diverte a rappresentare questi personaggi grotteschi
con la tecnica della monotipia, un tipo di stampa su foglio dettata da una casualità: “Non posso controllare
totalmente l’inchiostro, l’immagine viene fuori distorta ed evocativa, ma soprattutto unica. Non avrò mai
due disegni identici”.
Per poter vedere i suoi lavori vi rimando alla pagina Instagram @verro.m e vi invito a seguire le nostre
pubblicazioni: Matteo è uno dei nostri illustratori ufficiali.

Marta Carfì

Cultura Ven, 04/16/2021 - 15:29

Il Tempo della tua rosa

Sono passati quasi dieci anni da quando un pomeriggio d’estate mi addentrai con i miei
amici nelle troniere delle mura, in un’avventura che allora mi inorgogliva per la sua
spavalderia e che oggi mi fa sorridere, scaldandomi un pochino il cuore. C’era un’aria
umida carica di polvere che come la statica di un televisore dava un malinconico crepitio
alla scena. Era un enorme stanzone con il soffitto a botte e le pareti di mattoni vestite di
ragnatele sfitte, pieno di oggetti dimenticati da chissà chi, chissà quando, che si
rivelavano, illuminati dalle nostre torce a pile, come oggetti di scena di una vecchia
commedia: un triciclo, un baule pieno di vestiti ormai consumati dal tempo e tante, troppe,
altre cose che si perdevano nell’oscurità fitta dei cunicoli.
 Mi è capitato più di una volta, dopo aver riscoperto i dettagli delle balaustre del palazzo
liberty sopra la marchigiana od uno dei tanti timidi balconi che si affacciano tra i tetti della
città, di accendermi una sigaretta e trovarmi a pensare a quel pomeriggio ed a quel triciclo,
un oggettino così insignificante, che ciò nonostante, nella sua semplicità, riesce a
raccontare sulle ali della fantasia, la storia di un bambino di tanto tempo fa, del suo
coraggioso pilota, che sfrecciava nel complesso percorso di piazza Dante e che tra infinte
risate vorticava in giri sempre più stretti attorno alla mamma ed alle sue amiche, le quali,
un po’ divertite ed un po' preoccupate, lo richiamavano con un sorriso a metà. Perché in
fondo chi potrebbe veramente arrabbiarsi di fronte ad un così dolce buonumore? Ripenso
a quel baule pieno di abiti lunghi e leggeri che forse, in una calda notte d’estate, una
giovane ragazza studiava e ristudiava cercando quello giusto per andare a ballare il
boogie woogie in un affumicato locale del centro o in una qualche balera estiva. Mi
immagino questa ragazza agitata e pronta a sgattaiolare velocemente per evitare quegli
sguardi pesanti che nel giro di qualche anno avrebbe a sua volta generosamente elargito
alla figlia ed alle sue mode strane. E così di seguito, tra una boccata di fumo e l'altra,
quegli oggetti polverosi e dimenticati, iniziano a raccontare le loro storie tutte diverse, tutte
sincere e forse nessuna reale. L’eco di persone semplici che attraverso le loro gioie ed i
loro dispiaceri hanno impreziosito questi oggetti di un racconto che quasi tutti possiamo
percepire, ma che forse solo chi l'ha vissuto potrebbe davvero ascoltare.
Grosseto è un posto che non è eroico e non è unico, ma che ha come pregio, o forse
colpa, quello di essere stato reso speciale dall’essere nostro. Noi ragazzi di provincia
scappando o inseguendo qualcosa cerchiamo di separarci da questo passato di piccoli
momenti felici e tristi, aspettandoci che l’inizio della grandezza della vita ci permetta di
essere chi dovremmo essere, come se l’esistenza si potesse compartimentalizzare tanto
che chi saremo non sarà dovuto a chi saremmo stati. Rivedo in quel triciclo impreziosito
solo dalla sua storia la nostra Grosseto, che viene nobilitata dai momenti che in lei
abbiamo vissuto. Perché una piazza o un bar non sono semplici luoghi, sono i posti dove
ci siamo formati: lì abbiamo scoperto il relazionarsi agli altri, il pensare, forse anche quel
criticare che ci porta a percepire come noiosa la nostra quotidianità. Sento che siamo
mossi da una furia ordinatrice, che cerca scopi e meccanismi nascosti, per avere
appianata la strada tanto affannosa che conduce alla felicità; quando forse dovremmo
essere capaci di accettare di trovarci in mezzo ad incertezze, misteri, dubbi, senza
metterci irosamente a dar la caccia a fatti e ragioni. 
Forse davvero l’essenziale è invisibile agli occhi ed è il tempo che hai perduto per la tua
rosa che ha reso la tua rosa speciale, e mi chiedo se, in fondo, questa rosa non sia
Grosseto.

Riccardo Mugnai

Cultura Ven, 04/16/2021 - 15:12

Intervista a Erotic Café

 

Marco Donnarumma, classe 1991, produce musica elettronica con lo pseudonimo di Erotic Cafe’. La sua specialità è la bass music (musica elettronica caratterizzata da frequenze basse) e in particolare la dubstep, genere “esploso” negli anni ’10 grazie al produttore Skrillex e portato in Italia dal rapper Salmo. La principale occupazione di Marco è quella di ghost producer: compone brani musicali su commissione, senza comparire pubblicamente ma rimanendo titolare dei diritti d’autore. Per contratto non può dirmi chi sono i suoi clienti ma confessa di aver composto una base per un rapper italiano famoso e che le sue tracce vengono passate alla radio BCC Australia. Le soddisfazioni più grandi Marco le ha ottenute dal suo progetto Erotic Cafe’, la cui musica viene suonata ai festival da artisti di fama internazionale, come Joyryde, Excision, Flux Pavilion, David Guetta e Afrojack.

 

Che effetto ti ha fatto sapere che questi musicisti affermati apprezzano la tua musica? 

Vedere Flux Pavilion suonare la mia musica facendo ballare migliaia di persone mi ha dato tanta soddisfazione. La Bass Music e la Dubstep sono generi che vanno forte soprattutto negli Stati Uniti, di fatto il 90% del mio pubblico è là, quindi non mi fermerò fin quando potrò suonare le mie canzoni oltreoceano.

 

Raccontaci il tuo percorso artistico.

Mi sono interessato all’informatica da piccolo, quando i miei mi regalarono il mio primo computer.  Prima produrre musica era solo un passatempo, poi dopo i primi anni di università a Siena mi sono reso conto che quello sarebbe stato il mio futuro. Lasciai l’università e trovai lavoro a Grosseto, dedicandomi alla mia passione senza vivere a spese dei miei genitori. Successivamente sono stato a Londra e a Milano, cercando di fare della musica il mio lavoro. Per vivere in queste città ho lavorato a tempo pieno e sono stato costretto a relegare la musica al (poco) tempo libero. Successivamente ho deciso che non avrei più lavorato per terzi e negli ultimi sei anni ho mantenuto la promessa. Tornando a Grosseto mi sono concentrato sulla mia musica, con ottimi risultati.  

 

Perché hai deciso di tornare a Grosseto? Non ti manca vivere in una grande città?

Inizialmente quella di tornare è stata una scelta sofferta. Poi mi sono accorto che a Grosseto la qualità della vita è notevolmente più alta, a 10 minuti abbiamo la montagna, il mare, la collina e il costo della vita è basso. La metropoli assorbe il tuo tempo, mentre qui posso dedicarmi ai miei progetti e nel tempo libero posso stare nella natura. 

 

Come ti ha cambiato vivere in una metropoli?

Ho capito che devo seguire la tua strada, mettendo tutto me stesso nella causa in cui credo, ascoltando i consigli ma prendendoli con le pinze. Bisogna essere autocritici, imparare dai propri errori e dalla gente che ti circonda, mettendo da parte l’ego. Questa ricetta ha funzionato per me: recentemente ho dato una svolta al mio progetto, cambiando il modo di concepire la mia musica. Ho scelto di essere indipendente prendendo decisioni stilistiche forti, riconoscibili e molto personali: anziché vedere le grandi case discografiche come un traguardo, omologandomi al sound degli artisti più conosciuti, mi sono concentrato sugli elementi che rendevano il mio stile unico. Fondamentalmente ho deciso di rinunciare ad ascolti assicurati in favore della ricerca artistica e questa scelta mi ha ripagato: il capo dipartimento musica elettronica di Spotify ha inserito i miei pezzi e una mia foto nella copertina di una playlist ufficiale. Tutt’oggi aggiunge i miei brani alle playlist, permettendomi di raggiungere migliaia di ascoltatori. Uno dei miei pezzi, NEWRAVE2020, supera i 100.000 ascolti su Spotify, senza promozione ne agenzie. Mi occupo di tutto io, musica, copertine e video.



 

Perché per cambiare la tua mentalità hai avuto bisogno di uscire da Grosseto?

A Grosseto c’è tanta energia e talento ma ho la sensazione che manchi un luogo di aggregazione in cui le persone possano incontrarsi e costruire. Abbiamo bisogno di essere guidati e motivati per e sviluppare le nostre idee e far partire iniziative. Invece ho l’impressione che nella nostra realtà riflettere sui problemi diventi lo scopo piuttosto che il mezzo per risolvere problemi. Dobbiamo concentrarci sul FARE, agire sulla realtà che ci circonda, senza cercare l’approvazione dagli altri o fissarci sulla meta, godendosi il percorso. Non sappiamo dove arriveremo, l’unica certezza è che siamo in cammino. Tanto vale che questo cammino sia divertente. 

Ascolta Erotic Cafe’ su Spotify: spotify.com/artist/79MThxG253JH9OVKmzO2TE?si=A7gO-camTkqm1D0k_k4T_A