Cultura

Cultura Sab, 07/03/2021 - 15:00

Intervista, Grow alla scoperta di giovani talenti: Julia Chan e il suo sguardo verso Oriente

Giulia Nannini, in arte Julia Chan, è nata a Grosseto nel 1988. Dopo aver frequentato l’Istituto tecnico di Grafica e Comunicazione a Grosseto, nel 2008 va a Roma per studiare all’Accademia di Belle Arti. Ma i panni della studentessa le stanno un po’ stretti, decide quindi di lasciare l’Accademia e solo nel 2012 si iscriverà all’Istituto Europeo di Design (IED), indirizzo Arti Visive. Dopo la laurea e un’esperienza di sei mesi a Bruxelles, nel 2016 torna a Grosseto e consegue l’attestato per poter tatuare. Oggi è apprendista al Luxury Tattoo di Grosseto, lo studio di Gianni Orlandini ([email protected]). Basta visitare la sua pagina Instagram @jjjuliachan per avere un’idea dell’estro creativo di Giulia, non solo tatuatrice, ma anche e soprattutto artista.

Mentre sono seduta sul suo divano non posso fare a meno di guardarmi intorno, attirata dai vari oggetti d’arredo: tavole da skate dipinte o trasformate in lampade, una sedia realizzata con oggetti di scarto, tavolette incise, un cassettone restaurato da lei. Tutti elementi di design realizzati da lei, molti dei quali frutto della noia della quarantena. “Mi piace mettere le mani in pasta, segare, sporcare, avere la casa sottosopra durante la gestazione dell’oggetto. Non mi dispiacerebbe venderli, ma spesso i clienti non hanno la percezione del valore economico di un lavoro fatto a mano. Con le stampe è più facile, quelle riesco a venderle bene.” Cattura la mia piena attenzione quando mi racconta dei suoi viaggi in Asia: zaino in spalla ha visitato Birmania, Laos, Cambogia, Thailandia e Vietnam. La sua fascinazione per il mondo asiatico si riflette nei suoi lavori, il cui stile è un omaggio alla spiritualità, all’architettura e all’estetica orientale.

Giulia è una creativa a tutti gli effetti, oltre che una persona molto socievole. Mentre coccoliamo i suoi due cani, Wilma e Mauro, mi racconta di sé e del suo apprendistato. Mi spiega che nel suo lavoro si deve essere eclettici e in grado di soddisfare le richieste dei clienti. Non si riconosce nella definizione di tattoo-artist, ma considera il tatuaggio una forma di artigianato: “Non mi sento artista per quanto riguarda i tatuaggi, mi sento una buona mano. Saper disegnare e saper tatuare sono due cose diverse. Tatuare è una questione di tecnica e di saper gestire una serie di parametri. L’artista invece crea per necessità d’espressione, per l’intenzione di veicolare un messaggio.” 

Infine mi mostra la sua tesi di laurea, un bellissimo progetto per un gioco interattivo per bambini realizzato principalmente in legno, il cui scopo è immaginare e costruire animali fantastici. Proprio da questo progetto ci viene l’ispirazione per una collaborazione che prenderà vita quest’estate e che presto annunceremo. . 

 

Marta Carfì

 

Cultura Lun, 06/28/2021 - 19:37

È GROW O “NON È GROW”?

Estate 2021: GROW entra in scena al Bucinella Festival

Finalmente, dopo quasi un anno di rimandi GROW entra in scena al Bucinella Festival. Ma che cos’è il Bucinella Festival? Dalla mente creatrice del drammaturgo Federico Guerri, cinque anni fa ha preso vita la città immaginaria di Bucinella: un progetto narrativo che oggi si trasforma in festival. Se prima la città di Bucinella era raccontata solo attraverso parole scritte, nell’estate del 2021 questa diventa tangibile grazie a un fitto calendario di eventi.

L'inaugurazione, come il giornale vi ha già raccontato, si è svolta il 23 giugno al Giardino dell’Archeologia, la sede principale dell’evento. Ma il nostro scopo qua non è raccontarvi il Festival in quanto tale (vedi pagina Facebook e Instagram Bucinella Festival) bensì il ruolo che GROW è stata chiamata a giocare in questo contesto. Il Festival è stato organizzato dall’associazione culturale Escargot e dal comune di Grosseto, che hanno invitato GROW a orchestrare autonomamente le giornate del 6, 7 e 8 luglio. Abbiamo deciso di presentare queste giornate giornate sotto il nome di “NON È GROW”. Non sarà infatti GROW la protagonista di questi tre giorni, ma sarete voi.

Volevamo qualcosa di diverso per quest’estate e ci siamo dunque spostati da Grosseto per sistemarci a Bucinella. Trovandoci piuttosto a nostro agio in queste nuove mura, abbiamo deciso di invitare voi, nostri concittadini, a raggiungerci. Crediamo che per rendere viva una città immaginaria la si debba abitare, se ne debbano costruire le case e calcare le strade, e in questa occasione speriamo che, non GROW, ma voi, lo possiate finalmente fare. L’invito non è solo per assistere agli eventi, ma desideriamo coinvolgervi visceralmente. Indi per cui, dalle 18.30 chi lo desidera potrà partecipare ad alcuni workshops artistici. Tra incisioni, disegni, ceramiche e stampe non mancheranno le occasioni di mettere le mani in pasta e sperimentare attività stimolanti. Dopo un momento di ristoro, vi converrà tornare e sotto il palco assisterete a concerti musicali, di volti noti e meno noti.

Vi è venuta l’acquolina in bocca? Beh, noi speriamo di sì, e se non vi è venuta, ricordatevi che non è GROW!

 

Di seguito, la programmazione completa di NON È GROW dalle 18.30 alle 23.30:

 

Il 6 luglio Workshop di Ceramica con l’artigiano Michele Graglia negli spazi del Bar Comix, dalle 18.30 alle 20. Con Michele sperimenterete la tecnica del pinching per realizzare la vostra tazzina da caffè personale. Richiesta prenotazione, inviare email a @[email protected].

In contemporanea potrete passare al Giardino Archeologico, raccontare una vostra storia d'amore ad Alice Esposito che la illustrerà dal vivo! Ingresso libero.

La sera, dalle 21.00 alle 23.30, al Giardino Archeologico si susseguiranno i seguenti gruppi:

21.00 - 21.40 : Frederikk

21.50 - 22.30 : Tempi Difficili

22.40 - 23.30 : 2ID

 

Il 7 luglio Workshop di Incisione con Giulia Nannini negli spazi del Bar Comix, dalle 18.30 alle 20. Avete mai desiderato un timbro personalizzato? Se sì, con Giulia potrete creare il vostro timbrino a partire dall’incisione del linoleum. Richiesta prenotazione, inviare email a @[email protected]

In contemporanea, dalle 18.30 alle 20, al Giardino archeologico Workshop creativo per bambini dai 6 agli 11 anni sulla ricostruzione fantastica della città. Ideato da Allegra Fanti e Alessandra Antichi il workshop si propone di rivalutare insieme ai bambini il potenziale dei luoghi più trascurati della città di Grosseto. I lavoro verranno poi esposti ed, eventualmente, proposti! Ingresso libero.

La sera, dalle 21.00 alle 23.30, al Giardino Archeologico si susseguiranno i seguenti gruppi:

21.00 - 21.30 : Dario Canal

21.40 - 22.10 : Big Data Band

22.20 - 22.50 : Androgỹnus

23.00 - 23.30 : Tamè

 

L’8 luglio Workshop di Stampa Monotipia con Matteo Verrocchi nel giardino archeologico, dalle 18.30 alle 20. Nel workshop di monotipia un gruppo di dieci persone si dedicherà alla realizzazione di varie stampe con la tecnica del monotipo, si lavorerà sulle incontrollabilità della tecnica e della macchia. Ingresso libero.

La sera, dalle 21.00 alle 23.30, al Giardino Archeologico si susseguiranno i seguenti gruppi:

21.00 - 21.40 : Skull Blade

21.50 - 22.30 : Giant Milk

22.40 - 23.30 : Morbosita

 

Cultura Lun, 05/31/2021 - 11:41

Tracce discrete nel palinsesto grossetano: l'ingegnere comunale Enrico Ciampoli

Scriveva André Corboz che la città è come un “palinsesto”, una pergamena utilizzata più volte, interpolata, invertita, cancellata o sovrascritta, della quale è ancora possibile, tuttavia, scovare le tracce della stratificazione attraverso un'osservazione attenta. Obiettivo di questa rubrica è quello di porre uno sguardo sulla storia urbanistica e architettonica di Grosseto, raccontando i suoi palazzi, le sue strade, i suoi quartieri, attraverso quegli architetti e ingegneri che qui hanno lasciato il proprio segno. Il percorso inizia dunque nel momento in cui sono stabilite le basi di una società e di un'identità cittadina moderna, che hanno permesso la formazione in loco di un substrato culturale e professionale. Di fatto, i primi professionisti locali iniziano a mettersi in luce affiancando gli ingegneri granducali impegnati nelle opere di bonifica. In ambito urbano invece abbiamo pochi casi isolati, riferiti perlopiù a piccole sistemazioni di strade, pozzetti e lavori alla rete fognaria, mentre per gli interventi più importanti il granduca fa ancora affidamento su uomini di fiducia.

È solo all'alba del Regno d'Italia che la presenza dei progettisti grossetani si fa più consistente. La città è interamente compresa nel perimetro murario e, fatta eccezione per pochi edifici di riferimento, appare come un susseguirsi di fabbricati bassi e irregolari, intervallati da magazzini, stalle, orti e ampi spazi sterrati. In questo contesto si ritrova a operare da protagonista l'ingegnere comunale Enrico Ciampoli, nato a Grosseto da tale Deifobo il 19 agosto 1824, uno dei più prolifici professionisti della città.  Per conto del Comune, Ciampoli disegna nuove strade e piazze: suoi i disegni della piazzetta Indipendenza (1858), di piazza Mensini (1866), di piazza Baccarini (1876) e il progetto di riqualificazione della piazza del Mercato (piazza del Sale). Le pavimentazioni sono di mattoni, liste di pietra, selce; per ogni nuova piazza che progetta, l'ingegnere realizza anche una cisterna per l'approvvigionamento dell'acqua, sormontata da un fontanile sobriamente decorato. Sono gli anni in cui la città inizia a fare capolino fuori dalle mura: nel 1862 Ciampoli traccia il primo disegno di quella che diventerà piazza De Maria, fuori Porta Vecchia; qui progetta anche il complesso dei lavatoi pubblici, un'ampia vasca longitudinale coperta da tetto a capriate sostenuto da nove arcate a tutto sesto. 

Egli è a tutti gli effetti un tecnico al quale l'amministrazione comunale affida lavori ordinari, che esegue con professionalità e precisione, secondo l'inviolabile principio di una spoglia funzionalità regolato da un'economia di mezzi e risultati. Ne è un esempio il caso di Porta Nuova: dopo la sua demolizione (1866) vi è la necessità di dotare la città di un nuovo ingresso a nord. Per un momento sembra spuntarla il progetto di Bernardo Santini, che propone un monumentale arco di trionfo in stile dorico, ma il Comune non se la sente di imbarcarsi in un'opera così dispendiosa e affida l'incarico al proprio ingegnere, maestro di parsimonia. Infatti, non c'è spazio per la retorica nel progetto del Ciampoli, solo una funzionale ed economica cancellata in ghisa (la “barriera”) che va a chiudere il varco lasciato dalla porta.

Dei pochi edifici realizzati, è giunto fino a noi solo il cimitero della Misericordia (1854), uno dei suoi primissimi lavori, seppure con i suoi ampliamenti e superfetazioni; nessuna traccia dei fontanili, mentre i lavatoi di Porta Vecchia sono demoliti negli anni ottanta del Novecento per lasciare il posto al fabbricato del mercato coperto.

Enrico Ciampoli muore a Orbetello il 26 ottobre 1887 e il suo nome, dimenticato, rimane però siglato in calce in una grande quantità di carte custodite nell'archivio comunale. E restano di lui anche gli spazi che siamo abituati a vivere ogni giorno senza prestare loro particolare attenzione: rimangono le intersezioni misurate e discrete, quella griglia entro la quale si incastonano gli elementi che daranno al centro storico l'aspetto che conosciamo. E soprattutto rimane il nostro corso Carducci, “sistemato” da Ciampoli con l'eliminazione delle loggette che allora sporgevano dai fabbricati (1865), così da allargare la sede stradale e permettere l'allineamento regolare degli edifici che vi si affacciano: forse, l'unico intervento mosso più da considerazioni estetiche che funzionali, considerata l'ingente somma sborsata dalle casse comunali per tutte le operazioni di esproprio.

 

Michele Gandolfi

 

Cultura Ven, 04/16/2021 - 15:34

Momenti straordinari con applausi finti - Recensione

«Quindi è così? Succede così? Si diventa così quando si cresce?»

Entro in libreria. Ancora non so che il fumetto di Gipi che sto per comprare non è altro che vita su
carta.
Questo è Momenti straordinari con applausi finti; quattro storie, quella di un figlio che si ritrova al
capezzale della «vecchia madre morente», di un gruppo di cosmonauti in viaggio da un pianeta
all’altro, di un uomo delle caverne e di un grido, ed infine di un reduce del Vietnam reclutato sul set
cinematografico di Salvate il soldato Ryan.
I piani narrativi e temporali si intrecciano e si sovrappongono alla perfezione, permettendo al lettore di
vivere la pagina in tempo reale.
Tutte queste storie ruotano intorno a quella di Silvano Landi, un comico che non diventerà mai padre,
costretto a fare i conti con la morte della madre, ma prima di tutto con sé stesso e la presenza di un
«bambino luminoso». Tuttavia, il protagonista non è l’unico a doverci fare i conti: in una sequenza di
vignette il «bambino luminoso», ovvero Silvano da piccolo, si rivolge al Silvano adulto – e al lettore –
attraverso il linguaggio dei segni: «c o g l i o n e».
Immergersi nelle vignette di Gipi significa capire che per poter «andare avanti nel percorso» è
necessario ancora prima fare i conti con la propria persona e con il proprio passato; con il luogo da cui
proveniamo, con le persone che hanno fatto parte della nostra vita. E quando non si è in grado di farlo
«si pensa ad altre cose per distrarsi», come il Silvano adulto, ma prima o poi la voce di un «bambino
luminoso» arriva. E allora ci si rende conto di far parte anche noi dell’«Ucas: Ufficio Complicazioni
Affari Semplici».
Gipi delinea un percorso umano che pone al centro la riflessione sulle emozioni provate da ciascuno di
noi, ma soprattutto su quelle che non riusciamo a provare e sul senso di colpa che ne deriva.
All’improvviso, però, «Il nero» in cui si imbattono i cosmonauti sopraggiunge, e resetta. E nonostante
il dolore provato o mancato, la vita ricomincia. Ogni volta, tutto da capo.
Con un linguaggio allo stesso tempo comico e spietato, con un tratto insieme rigido e delicato, Gipi dà
vita ad un quadro profondamente umano, che si conclude nel modo più essenziale: «sono
sopravvissuto!».

Cristina Lunghi

Cultura Ven, 04/16/2021 - 15:30

MATTEO VERROCCHI E L’ESPRESSIONE DELLA VIOLENZA

Matteo Verrocchi (1997, Grosseto) si sta laureando all’Accademia di Belle Arti a Bologna, indirizzo Fumetto
ed Illustrazione, dopo aver conseguito il diploma al Liceo Artistico di Grosseto. La passione per il disegno è
sempre stata una costante nella sua vita: oggi è un fumettista e illustratore che si lascia ispirare da autori
come Taiyō Matsumoto e Gipi. Uno dei suoi cicli più interessanti è sicuramente rappresentato dai
Bosozoku, termine che indica un fenomeno giapponese degli anni 70-80 nel quale gang di giovani ragazzi a
bordo di moto seminavano il panico tra la popolazione: una forma di protesta violenta contro una società
capitalista e incapace di dare uno spazio di ascolto ai giovani. Le radici della sottocultura giovanile dei
Bosozoku risalgono agli anni del secondo dopoguerra, quando emersero profonde problematiche sociali.
Matteo è rimasto affascinato da questo fenomeno, che per quanto distante nel tempo e nel luogo, sente in
qualche modo vicino: “Ho avuto un’adolescenza turbolenta, mi sentivo isolato ed abbandonato, sentivo di
non aver una voce e la scuola non mi ha aiutato. Non voglio giustificare la violenza, ma riconosco che vi sia
un bisogno dietro, che sia un modo efficace per dire che esisti. Penso che la scuola dovrebbe farsi carico dei
disagi giovanili ed aiutarli a formarsi da un punto di vista più umano che scolastico.”
Disegnare i Bosozoku è per lui un atto liberatorio, si diverte a rappresentare questi personaggi grotteschi
con la tecnica della monotipia, un tipo di stampa su foglio dettata da una casualità: “Non posso controllare
totalmente l’inchiostro, l’immagine viene fuori distorta ed evocativa, ma soprattutto unica. Non avrò mai
due disegni identici”.
Per poter vedere i suoi lavori vi rimando alla pagina Instagram @verro.m e vi invito a seguire le nostre
pubblicazioni: Matteo è uno dei nostri illustratori ufficiali.

Marta Carfì

Cultura Ven, 04/16/2021 - 15:29

Il Tempo della tua rosa

Sono passati quasi dieci anni da quando un pomeriggio d’estate mi addentrai con i miei
amici nelle troniere delle mura, in un’avventura che allora mi inorgogliva per la sua
spavalderia e che oggi mi fa sorridere, scaldandomi un pochino il cuore. C’era un’aria
umida carica di polvere che come la statica di un televisore dava un malinconico crepitio
alla scena. Era un enorme stanzone con il soffitto a botte e le pareti di mattoni vestite di
ragnatele sfitte, pieno di oggetti dimenticati da chissà chi, chissà quando, che si
rivelavano, illuminati dalle nostre torce a pile, come oggetti di scena di una vecchia
commedia: un triciclo, un baule pieno di vestiti ormai consumati dal tempo e tante, troppe,
altre cose che si perdevano nell’oscurità fitta dei cunicoli.
 Mi è capitato più di una volta, dopo aver riscoperto i dettagli delle balaustre del palazzo
liberty sopra la marchigiana od uno dei tanti timidi balconi che si affacciano tra i tetti della
città, di accendermi una sigaretta e trovarmi a pensare a quel pomeriggio ed a quel triciclo,
un oggettino così insignificante, che ciò nonostante, nella sua semplicità, riesce a
raccontare sulle ali della fantasia, la storia di un bambino di tanto tempo fa, del suo
coraggioso pilota, che sfrecciava nel complesso percorso di piazza Dante e che tra infinte
risate vorticava in giri sempre più stretti attorno alla mamma ed alle sue amiche, le quali,
un po’ divertite ed un po' preoccupate, lo richiamavano con un sorriso a metà. Perché in
fondo chi potrebbe veramente arrabbiarsi di fronte ad un così dolce buonumore? Ripenso
a quel baule pieno di abiti lunghi e leggeri che forse, in una calda notte d’estate, una
giovane ragazza studiava e ristudiava cercando quello giusto per andare a ballare il
boogie woogie in un affumicato locale del centro o in una qualche balera estiva. Mi
immagino questa ragazza agitata e pronta a sgattaiolare velocemente per evitare quegli
sguardi pesanti che nel giro di qualche anno avrebbe a sua volta generosamente elargito
alla figlia ed alle sue mode strane. E così di seguito, tra una boccata di fumo e l'altra,
quegli oggetti polverosi e dimenticati, iniziano a raccontare le loro storie tutte diverse, tutte
sincere e forse nessuna reale. L’eco di persone semplici che attraverso le loro gioie ed i
loro dispiaceri hanno impreziosito questi oggetti di un racconto che quasi tutti possiamo
percepire, ma che forse solo chi l'ha vissuto potrebbe davvero ascoltare.
Grosseto è un posto che non è eroico e non è unico, ma che ha come pregio, o forse
colpa, quello di essere stato reso speciale dall’essere nostro. Noi ragazzi di provincia
scappando o inseguendo qualcosa cerchiamo di separarci da questo passato di piccoli
momenti felici e tristi, aspettandoci che l’inizio della grandezza della vita ci permetta di
essere chi dovremmo essere, come se l’esistenza si potesse compartimentalizzare tanto
che chi saremo non sarà dovuto a chi saremmo stati. Rivedo in quel triciclo impreziosito
solo dalla sua storia la nostra Grosseto, che viene nobilitata dai momenti che in lei
abbiamo vissuto. Perché una piazza o un bar non sono semplici luoghi, sono i posti dove
ci siamo formati: lì abbiamo scoperto il relazionarsi agli altri, il pensare, forse anche quel
criticare che ci porta a percepire come noiosa la nostra quotidianità. Sento che siamo
mossi da una furia ordinatrice, che cerca scopi e meccanismi nascosti, per avere
appianata la strada tanto affannosa che conduce alla felicità; quando forse dovremmo
essere capaci di accettare di trovarci in mezzo ad incertezze, misteri, dubbi, senza
metterci irosamente a dar la caccia a fatti e ragioni. 
Forse davvero l’essenziale è invisibile agli occhi ed è il tempo che hai perduto per la tua
rosa che ha reso la tua rosa speciale, e mi chiedo se, in fondo, questa rosa non sia
Grosseto.

Riccardo Mugnai