Lo stigma del corpo grasso - Intervista a Francesca Tacconi (Grosseto, 1998)

 

Mi racconti la storia del tuo corpo?

Il riflesso nello specchio è qualcosa con cui tutti, prima o poi, siamo socialmente obbligati a fare i conti. Nello specifico, io ho iniziato a prendere consapevolezza del mio corpo a 15 anni, quando ho cominciato a guardarmi più accuratamente allo specchio e a confrontarmi con le mie coetanee. A 16 anni mi sono lasciata con il mio primo fidanzato dopo una storia adolescenziale particolarmente violenta. Ero devastata, credevo di non meritare di esistere e tutto ciò ha avuto pesanti ripercussioni sul mio corpo e sul rapporto con il cibo. A 17 anni mi viene diagnosticato un disturbo del comportamento alimentare: il disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating Disorder o BED, in inglese). Inizio a prendere molto peso, fino a 20 kg in soli 8 mesi. Dopo un ricovero ospedaliero nel 2017 che non aveva avuto i risultati sperati, ho lasciato l’università per lavorare sul rapporto con il mio corpo e mi sono avventurata nell’ennesima dieta poco sana e sicura, che mi ha fatto perdere 10 kg. Ma non ci metto molto a riprendere, con gli interessi, tutti i kg che avevo perso. Esausta dell’effetto yo-yo (a cui sei inevitabilmente sottopostə dalla cultura della dieta), a gennaio 2019 scopro l’esistenza della chirurgia bariatrica e il 12 luglio 2019 mi sottopongo ad un intervento di bypass gastrico. L’intervento stravolge ancora di più il mio benessere psicofisico, i molteplici complimenti che ricevo per la perdita di peso non mi aiutano a stare meglio. Stavo vivendo un inferno, di cosa erano contenti?

Ad oggi ho perso 50 kg e trovato tante risposte. Il mio malessere esisteva per colpa di una società grassofobica che incita le persone a raggiungere ad ogni costo standard spesso irraggiungibili, che ripudia il grasso e chi ne ha, che umilia e discrimina, che spinge i corpi non conformi a sentire il bisogno di cambiare per ricevere rispetto. Rispetto che, però, tutti dovremmo meritare solo per il fatto di esistere.

 

Quali sono le forme di discriminazione che hai subito?

Un giorno d’estate mi stavo provando un costume intero. Una bambina di sì e no 4 anni mi vede dalla fessura della tenda del camerino e mi dice “che bella che sei”. Il padre la sente, mi guarda e la rimprovera dicendo “non glielo dire che sennò poi ci crede”. A settembre stavo camminando per le strade della mia città. Alcuni ragazzi mi passano accanto in macchina, abbassano il finestrino ed iniziano ad urlarmi “vacca di m***a, lo vuoi il mio panino?”, “No zitto che sennò mangia pure te”. A scuola durante un’interrogazione, quando il professore, stizzito dal fatto che non fossi preparata, dice “Francesca, se non sai rispondere a questa domanda ti faccio finalmente diventare magra una volta per tutte”. In un negozio la commessa mi ha detto “qui non ce le abbiamo le taglie per quelle come te”. A un colloquio di lavoro che mi premeva molto sono stata guardata con disgusto e rifiutata per il mio corpo. In un bar mi sono seduta sopra una sedia che non ha retto il mio peso: tutti si sono girati a guardarmi e a ridere, nessuno mi ha aiutata. Un membro della mia famiglia si vergognava ad uscire di casa con me, perché “tutti ti guardano”. Ho detto alla mia nutrizionista che il mio obiettivo non è più perdere peso ma ritrovare la serenità con il cibo e “ma come?! Potresti diventare magra e bella, perché fermarsi proprio ora?”. Era un giorno di febbraio, quando in classe entra un moscone, un compagno grida “guardate, è come Francesca, grassa e rompipalle!” ed iniziano le risate che tutt’ora non mi tolgo dalla testa. Questi sono solo alcuni esempi che ho elencato in un mio post. La lista è purtroppo molto lunga e comprende anche la difficoltà di trovare i vestiti della mia taglia, la mancata rappresentazione in film-serie tv e la convinzione dei medici che ogni mio malessere derivasse dal grasso.

 

Come sei riuscita a passare dal rifiuto all’accettazione del tuo corpo?

Sono sempre stata agguerrita nei confronti delle ingiustizie, ma solo quando riguardavano gli altri. Ero convinta di meritare il trattamento che gli altri mi riservavano, credevo fosse colpa mia. Nel processo di accettazione è stato fondamentale l’uso positivo dei social: ho smesso di seguire gli account che in qualche modo mi generavano malessere; ho ascoltato storie diverse dalla mia; grazie ai profili di attivistə ho iniziato a riconoscere le varie forme di discriminazione; mi sono avvicinata al femminismo intersezionale, alla Body Positivity e alla Fat Acceptance. Ho fatto pulizia anche nella vita reale, allontanando le presenze tossiche e ricercando ambienti più inclusivi. Dentro di me è iniziato un vero e proprio percorso di accettazione e crescita che è, tuttora, in continuo sviluppo.

 

Adesso anche tu fai attivismo sui social, come sta andando?

Non è sempre facile esporsi perché spesso il confronto non è rispettoso come vorrei. Ma penso alla me del passato e a quanto avrei avuto estremo bisogno di modelli positivi, parole inclusive e spunti di riflessione. L’attivismo è una forma di collaborazione capace di mettere in crisi i valori tradizionali: tutti possono fare attivismo semplicemente mettendo in discussione alcuni comportamenti socialmente accettati, ma in realtà tossici e discriminatori. Vorrei spingere le persone a farsi delle domande e se anche solo una persona, leggendo i miei post, inizierà a riflettere avrò collezionato una vittoria. 

 

Francesca Tacconi e Marta Carfì