È questione di memoria

Perché preferire una macchina fotografica analogica ad una digitale?

La domanda mi è sempre rimasta un po' antipatica. Sentivo forti motivazioni senza nome dentro di me, ma non sapevo rispondere. Solo ai margini del gioco trova il suo valore una questione di forma: una resa estetica particolare, la grana della pellicola e cose così. Questo non esauriva l'argomento però, non bastava.

Tra analogico e digitale non c'è nessuna differenza di idee, creatività o estro. Fanno la stessa cosa, soltanto che in una la luce si imprime su di una superficie, creando un'immagine; nell'altra l'immagine passa attraverso i pixel. Entrambe registrano la realtà e la trattengono da qualche parte per non farla scappare. Entrambe rispondono all'esigenza di ricordare e mantenere qualcosa che vorremmo restasse, oppure rendono una cosa qualsiasi possibile come opera, dando significati nuovi agli oggetti: allontanando, avvicinando, straniando. Entrambe si relazionano alle cose. La fotografia può tutto questo ed è indifferente al mezzo: con un cellulare, una macchinetta a pellicola o una digitale, la foto ha sempre la stessa personalità.

 Eppure tenere in mano una macchina digitale spegne ogni mia voglia di ricordare, di mantenere e di riflettere. Come può avere senso questo? Per anni non me lo sono spiegato. Poi ho iniziato a capirci qualcosa. Non è un discorso di pensiero, di idea: è un discorso di memoria. Sotto questo punto di vista una macchina digitale è come un telefono. Entrambi fanno foto infinite, spesso inutili, quasi per ingordigia di memoria. Vogliamo ricordarci tutto, facciamo backup di chat di migliaia di messaggi che non leggeremo più, di fotografie che siamo stanchi di guardare ma spaventati di eliminare, e accumuliamo memoria digitale come mucchi di polvere. E abbiamo grande affezione di questa polvere. E così succede che si perde il senso del ricordo e nel mucchio non si distingue più un granello dall'altro. a base di tutto questo è la compulsione. La macchina digitale mi mette in crisi, perché per rifiutare la compulsione il mio scatto si silenzia.

Al polo opposto troviamo le polaroid e tutti i tipi di istantanee. Si nascondono, custodite come gioiellini in scatolette o in altri rifugi preziosi, spazi veri e corporei. Uniche testimoni -uniche al mondo- del momento raccolto. Le polaroid hanno un valore affettivo grandissimo.

La macchina analogica funziona più o meno così. Le foto non sono altrettanto uniche (sopra ogni altra cosa perché il negativo può partorire tutte le copie che si vuole), ma ognuna ha responsabilità, peso, corpo, e il corpo rende le cose meno volatili. Si avvicina di più a come funziona il nostro cervello, che non può trattenere tutto e butta via il superfluo, rinunciando al passato, che non può essere integro. E così lavora la macchina analogica, rinunciando alla totalità, devota a frazioni di tempo in cui il resto, quello perduto, si addensa. In qualche modo la pellicola dà la possibilità di ricordare davvero.

Chiara Severi